La scuola cattolica è un libro di Edoardo Albinati pubblicato nel 2016 e vincitore, nello stesso anno, del Premio Strega. Un testo di circa 1300 pagine di difficile classificazione: un po’ memoir, un po’ saggio, un po’ romanzo, un po’ reportage. È anche molto difficile, quasi impossibile, da riassumere. Edoardo Albinati, rampollo di una famiglia borghese romana, ha vissuto la sua infanzia e la prima giovinezza nel Quartiere Trieste, da lui indicato con la sigla QT, una zona residenziale per famiglie benestanti. Nel QT ha sede la scuola che Albinati ha frequentato, dalla prima elementare al penultimo anno del liceo classico (l’ultimo l’ha fatto al liceo pubblico Giulio Cesare, per motivi che nel libro non sono spiegati): Il San Leone Magno, una scuola di preti, completamente maschile. Maschi gli insegnanti, alcuni preti, altri semplici “fratelli”, religiosi non ordinati, qualche laico. E completamente maschile l’utenza.
La prima parte del libro si dilunga sugli anni della scuola, sui compagni di classe, sugli insegnanti, sui metodi educativi, sul particolare clima che pervadeva quell’ambiente. Tra aneddoti, descrizioni dei vari personaggi e riflessioni dell’autore sull’educazione cattolica, sulla famiglia borghese e le sue peculiarità, sul senso della mascolinità nel periodo in cui l’autore è cresciuto (Albinati è nato nel 1956 e si è diplomato nel 1975), sulla latente omosessualità che impregna gli ambienti prettamente maschili, sulla violenza, il narcisismo, la prevaricazione, i rapporti tra compagni di scuola, i rapporti con le ragazze, viene introdotto quasi marginalmente quello che rappresenta il focus del libro, il centro intorno a cui tutte le altre questioni gravitano. Il delitto del Circeo, un crimine avvenuto nel 1975 a opera di tre giovani del quartiere, gravitanti tutti intorno al QT e al San Leone Magno: Andrea Ghira, Gianni Guido e Angelo Izzo. I tre adescarono due ragazze, più giovani di loro, di estrazione popolare, entrambe vergini: Rosaria Lopez e Donatella Colasanti. Le condussero nella casa di uno di loro sul monte Circeo e le tennero sequestrate per 36 ore seviziandole in vari modi, stuprandole e infine uccidendole. Donatella Colasanti però non era morta e grazie alla sua testimonianza, oltre che agli innumerevoli indizi che i giovani si seminarono dietro, Izzo e Guido furono arrestati, processati e finirono in carcere, mentre Ghira si rese latitante, si arruolò nella Legione Straniera, morì probabilmente in Africa nel 1994, a meno che non sia ancora vivo, nascosto da qualche parte.
Il libro di Albinati non è e non vuole essere una ricostruzione rigorosa dei fatti, vuole invece fornire spunti di riflessione sui temi che ho già citato sopra. In che modo l’essere membro di una famiglia borghese, impegnata a non dilapidare il proprio patrimonio e a salvaguardare il suo decoro formale, l’essere stati educati dai preti, l’essere cresciuti in un ambiente esclusivamente maschile può contribuire alla formazione di un carattere aggressivo e sopraffattore, a una propensione alla violenza e allo stupro, a una visione distorta dei rapporti interpersonali? E in ogni caso, esistono rapporti interpersonali che non siano improntati al dominio, alla prevaricazione, alla coercizione? Esistono rapporti sessuali che non siano, in un modo o nell’altro, forme di stupro?
Pervaso da un pessimismo radicale sulla natura umana, il romanzo-saggio di Albinati pone interrogativi interessanti e mira a cogliere in profondità le pulsioni che ci animano e che guidano il nostro agire. Dei maschi, soprattutto, ma anche delle donne.
Impegnativo, in alcune parti pesante, a tratti ripetitivo, il testo è molto interessante nella prima metà, ma via via che si procede nella lettura ci si imbatte in personaggi, episodi e digressioni che appesantiscono molto la narrazione senza aggiungere nulla di fondamentale. È il caso del personaggio di Max, l’amico fascista di Edoardo, conosciuto al mare da adolescente, un personaggio che ci può stare, ma il cui ritorno in scena molti anni dopo con una lunga lettera in cui racconta tutta la sua vita appare superfluo, scarsamente interessante e inutile ai fini della completezza del testo. Altrettanto si può dire degli appunti del professor Cosmo, che Edoardo rivede moribondo dopo quarant’anni, appunti in forma di aforismi o di più o meno lunghe trattazioni sugli argomenti più disparati: noiosi, saccenti, a mio parere inutili nell’economia del testo, anzi dannosi, tant’è vero che dopo averne letto una parte li ho saltati a piè pari, perdendomi chissà cosa.
Un libro ambizioso, che ha il merito di indagare sul tema spinoso della formazione del maschio italiano, ma che ci avrebbe sicuramente guadagnato con una serie di tagli su episodi, considerazioni più o meno filosofiche e aneddoti minori.





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