Lavoro per il ventiseiesimo anno nello stesso posto, compio cinquantadue anni quest’anno, metà della mia vita l’ho passata nello stesso luogo di lavoro. Ho compiuto ventisei anni nel 2000. Mi ricordo quando pensavo avrò ventisei anni nel 2000. Ma non ho mai pensato avrò cinquantadue anni nel 2026. Non ho mai pensato oltre i cinquanta. Cinquanta è la metà di cento. A un anno non si possiedono gli strumenti per comprendere il tempo, il suo scorrere. A cinquanta ho chiaro che questi strumenti sono inutili. In un certo senso sono allo stesso punto di allora. Non penso a quando avrò cento anni. Non voglio pensare al tempo. Ma sono circondata da scadenze. Assediata. Siamo tutti assediati. Mesi. Settimane. Ore. Tasselli perfetti ognuno frazionabile e programmabile. Collocabile e riempibile. Perché Il vuoto spaventa. E’ l’horror vacui. Due ore libere su ventiquattro, forse. Sette di sonno. Dieci di lavoro contando gli spostamenti. La cena meno di trenta minuti. Lo scrolling sul cellulare quasi il resto. Dividi sottrai somma. Hai in mano o sei davanti a uno schermo. O sei nello schermo. Questo non potevo immaginarlo, a ventisei anni in centottanta caratteri di un sms. Era ancora solo scrittura. La brevità costringe all’essenziale, ma anche alla ricerca di poesia, l’azzardo verso un nuovo ermetismo. È durato troppo poco. Oggi vedo una quantità di immagini devastante. Ne sono consapevole, ma allo stesso tempo succube, schiava, progressivamente impotente. Drogata. Assuefatta. Dipendente. La decisione drastica sarebbe una vita nel bosco, ma è un paradosso mediatico. Il cervello è devastato da questa incalcolabile massa di pixel che si imprimono nella retina e scorrono senza sosta. Mi accorgo che ho cambiato il mio modo di sognare. Qualche giorno fa ho avuto una lunga conversazione con una parrucchiera che seguo su Instagram. Non ne ricordo il contenuto. Ma il suo viso e la sua voce sì. Anche il sorriso ammiccante e senza malizia era proprio il suo. Quando entro nel XXI secolo, non ho ancora compiuto ventisei anni, sono ancora libera. Colleziono errori e schiaffi dalla vita, mi rialzo più forte, anche quando le botte emotive hanno una forza dirompente, capace di costringerti all’apnea e all’immobilità. Ma il desiderio, l’afflato vitale è altrettanto potente. Incontenibile. La libertà ha il suo nemico: i modelli. E i modelli sono il risultato di esperienze. E queste esperienze sono vincenti, in apparenza. Gli strumenti per comprendere e combattere le logiche di questo nemico esistono, sono conosciuti da pochi, usati da pochissimi. Sono strumenti sovversivi. Non si tratta di guerra ma di guerriglia. Sfiancante. E’ rosicchiare centimetri di terreno per poi perdere metri su metri. Finché sogno vivo. Finché immagino vivo. Poi anche io mi piego al modello, perché è facile, perché lo fanno tutti. Siamo ancora agli albori del nuovo secolo. I modelli resistono ma arrivano piano piano novità che hanno dell’incredibile, i prototipi sono disponibili e all’inizio sono appannaggio di pochi pionieri, anche io ne faccio parte. Vedo grandi opportunità. Le vivo in prima persona. Vivo in questo territorio di conquista, un’America da scoprire, da abitare. Non ci sono modelli da seguire. E’ avventura. Ma sono un pioniere che via via si trasforma in nativo, quello che nasce con il bisonte ucciso dalla freccia, che spesso manca il bersaglio, non con il fucile che raramente sbaglia il colpo. Nasco in un tempo che non conosce l’immediatezza. Nasco in un tempo fatto di attese, talvolta vane. Nasco con la cartina geografica e la guida turistica. Con le lettere scritte a mano e il telefono a gettoni. Con l’orario dei treni in un libro e il biglietto acquistato in stazione. Nasco con i libri di ricette, la macchina fotografica con il rullino, il calendario di Frate indovino e l’agenda che ti regalava la banca. Nasco con la musica nei dischi di vinile e le canzoni registrate dalla radio nelle cassette. Nasco con i cinema dove se entravi a film iniziato potevi vederlo due volte. Ora è tutto in una app. Nasco in un tempo che aveva vuoti solo apparenti, si chiamavano attese, alimentavano l’immaginazione, creavano desiderio, spingevano alla ricerca e a volte erano semplicemente noia. Noia. Adesso anche la noia è un tempo riempito, di repliche, di fotografie delle bellezze e delle tragedie del mondo, di viaggi e piatti raccontati in quindici secondi, in una bulimia tossica che anestetizza tutto. Tutto diventa già visto, già cucinato, già sentito, già immaginato, già mangiato, senza essere stato veramente vissuto. Ma è dentro di me, introiettato. Non è il mio tempo, anche se ho accolto gli inizi con l’entusiasmo folle che pervade gli artisti quando trovano l’ispirazione. L’intelligenza artificiale sembra avere tutte le risposte, si muove in una dimensione altra non definibile, non misurabile, in costante espansione, non percepisce il mondo con i cinque sensi. E’ così veloce nel restituire un risultato da rendere impossibile qualsiasi paragone. Disintegra l’attesa. Il valore della vita nel bosco (che è, come già detto, un paradosso) è nell’idea, non nella realizzazione. Conosco il significato alla parola vivibilità, caduta in disuso. E’ un concetto arcaico che non trova più senso, sostituita da sostenibilità – che non è un sinonimo, ma una distorsione. La sostenibilità ha insito il concetto di limite. E come può essere? Le IA non hanno limiti. Perché deve averli vivere. Posso interrompere l’assedio delle righe precedenti? Posso inventare un tempo nuovo e tornare a desiderare? Perché quello che sta morendo è proprio questo: il desiderio puro, autentico, il desiderio che cresce, che si intensifica, che spinge alla ricerca, all’azzardo, che ammette il fallimento e l’insoddisfazione. Il desiderio, fedele al suo ciclo vitale, quello che vive tutte le sue trasformazioni e trionfa quando l’oggetto del desiderio da scopo diventa pretesto.

RACCONTO SENZA STORIA by la poetessa rossa
Lavoro per il ventiseiesimo anno nello stesso posto, compio cinquantadue anni quest’anno, metà della mia vita l’ho passata nello stesso luogo di lavoro. Ho compiuto ventisei anni nel 2000. Mi ricordo quando pensavo avrò ventisei anni nel 2000. Ma non ho mai pensato avrò cinquantadue anni nel 2026. Non ho mai pensato oltre i cinquanta.…



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