La ciotola di riso può essere bianca o assumere il colore della paella. Potrebbe esservi servita al tavolo in un giorno feriale come contorno, oppure con cipolle fritte nell’olio.

Nulla cambierà se rivolgete quel sorriso al cameriere, che sia educato o, in altri momenti, distaccato. Sulla Luna – quando ci vivremo – pianteranno il riso sulle dolci colline da cui si può vedere la Terra – se riusciranno a trovare il modo di far arrivare l’acqua fin lì. E… su Marte, forse il riso sarà secco e senza pretese, e forse lo condividerete con qualche alieno del terzo livello della Galassia di Andromeda, di passaggio, che puzza di sale.

Ma se spingiamo un po’ oltre il nostro risentimento verso questo cibo meraviglioso proveniente dalla bolla asiatica, potremmo anche servirlo sui voli low cost, come complemento al sonno asciutto che ci concediamo nella seconda ora prima di sbarcare in un aeroporto a 100 km da dove ci aspettano. Chi? Beh, loro, i potenti padroni della musica (o dell’amore). A noi non resterà altro che comprare una cartolina, affrancarla e scriverci sopra:

“Ero qui e mi ricordo di te. Baci.”

Nota: Entro il 2050 non ci saranno più cartoline. Daremo istruzioni all’intelligenza artificiale di crearle e di farle apparire sui social media di familiari e amici.

Una risposta a “Viaggio: Una ciotola di riso di J. Ré Crivello”

  1. Simpatico e amaro testo. Nostalgia per cartoline. E ci vorrebbe solo più cura della nostra Terra 🌍

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