La settimana scorsa è ricorso l’anniversario della nascita del celebre scrittore e diplomatico francese François-René de Chateaubriand (Saint-Malo, 4 settembre 1768 – Parigi, 4 luglio 1848). Nelle sue grandi opere letterarie, come le Memorie d’oltretomba o Il genio del Cristianesimo, il Visconte si concentrava su massimi sistemi: Romanticismo, malinconia esistenziale, politica e religione.

Eppure, ammettiamolo: oggi il suo nome fa venire l’acquolina in bocca più per il suo appetito che per la sua penna. Il nome di Chateaubriand è infatti legato a un piatto leggendario che non è nato dal calamaio, ma dalla griglia.

Il bello è che, pur non avendo mai scritto ricettari, alcune sue citazioni si prestano a meravigliose interpretazioni culinarie. Prendete questa:

“Bisogna porgere gli squisiti piaceri con delicatezza.”

E’ una frase poetica che sembra scritta apposta per descrivere il modo in cui andrebbe servito il suo piatto preferito.

Ma come è nata questa leggenda carnivora? Le ipotesi sono tre, e una è più bizzarra dell’altra.

  1. Il cuoco devoto

Si dice che il suo chef personale, Montmireil, creò in suo onore la Grillade de bœuf à la Chateaubriand, un taglio di carne bovina di primissima scelta. La sua straordinaria tenerezza è dovuta alla posizione anatomica del muscolo: poggiando sul quarto posteriore dell’animale, rimane totalmente a riposo. (Un po’ come il Visconte sul divano a riflettere sul senso della vita).

2. L’ansia dei cuochi parigini

Un altro aneddoto narra che quando lo scrittore andava al ristorante Larue di Parigi, l’ordinazione fosse un’odissea: “Un filetto di bue, molto alto alla griglia, poco cotto, per monsieur le vicomte de Chateaubriand”. Per fare prima, i cuochi esasperati sintetizzarono il tutto in un urlo: “Una Chateaubriand!”.

Tuttavia, quando era a casa, l’orario di cena era un dramma diplomatico. Lo scrittore non aveva appetito prima delle sette di sera, mentre sua moglie, Juliette Récamier, aveva fame già alle cinque. Da bravi coniugi trovarono un compromesso democratico: cenare alle sei. Risultato? Nessuno dei due toccava cibo. Fortunatamente, davanti a quel filetto, l’appetito tornava sempre all’orario giusto.

3. Il complotto geografico

Esiste una terza ipotesi, decisamente meno romantica. Il nome del piatto deriverebbe semplicemente dalla città di Châteaubriant, nella Loira Atlantica, storicamente famosa per i suoi pregiati allevamenti bovini. Ma noi preferiamo credere al fantasma dello scrittore gourmet.

Il filetto alla Chateaubriand non è solo un taglio di carne, ma un vero e proprio rito. È il “cuore” del filetto di manzo: un pezzo unico e altissimo (dai 5 agli 8 centimetri di spessore, per circa 400-500 grammi), ideale da condividere in due. Il segreto è il contrasto: una crostina dorata all’esterno e un interno uniformemente al sangue, succoso e tenerissimo.

L’autore in pillole


François-René de Chateaubriand è stato uno scrittore, politico e diplomatico francese, considerato il padre del Romanticismo letterario in Francia. Uomo dal fascino tormentato, ha attraversato la Rivoluzione, l’impero di Napoleone e la Restaurazione borbonica, alternando esili volontari e prestigiosi incarichi politici. Ha scritto capolavori immortali sulla malinconia e sulla fede, ma il destino ha voluto che il suo nome passasse alla storia non solo per la sua sublime penna, ma anche per la sua insaziabile passione per il buon cibo.

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Image 1: Anne-Louis Girodet, Public domain, via Wikimedia Commons

Image 2: Mark Miller, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0&gt;, via Wikimedia Commons

Una risposta a “Tra letteratura e alta cucina: quando il Romanticismo si serve al sangue”

  1. L’unico pezzo di carne che apprezzo è il filetto poi per lo più sono vegetariana 💚

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