
“Pianista di terza classe, ma primo gastronomo dell’universo”.
Si definiva così Gioachino Rossini, il Cigno di Pesaro, un uomo che non si limitava ad amare la buona tavola, ma considerava la cucina un’arte superiore, pari alla musica.
La sua fame leggendaria era iniziata sin da bambino quando, secondo alcuni biografi, faceva il chierichetto solo per poter bere le ultime gocce di vino rimaste nelle ampolline della messa. Divenuto adulto, tra cene quotidiane e banchetti luculliani nella Parigi dell’Ottocento (all’epoca capitale della grande cucina internazionale), Rossini iniziò a ingrassare vistosamente, ma non perse mai il suo tocco magico, né al pianoforte né ai fornelli.
Per lui, lo stomaco era “il maestro di cappella che governa ed aziona la grande orchestra delle passioni. Uno stomaco vuoto suona il contrabbasso del bisogno o l’ottavino dell’invidia; uno stomaco pieno è il triangolo del piacere o il timpano della gioia”.
Nella musica cercava equilibrio, ritmo e variazione; a tavola faceva esattamente lo stesso, combinando i prodotti italiani con la raffinatezza francese. Si faceva spedire il formaggio da Gorgonzola, il panettone da Milano, i prosciutti da Siviglia e adorava il tartufo (di Alba o della sua Acqualagna), che definiva il “Mozart dei funghi”.
Persino durante i momenti più drammatici della sua carriera, il cibo restava la sua priorità.
Il Maestro confessò di aver pianto solo tre volte nella vita:
1. Quando sentì suonare per la prima volta Niccolò Paganini al violino.
2. Durante una gita in barca sul lago di Como, quando gli cadde accidentalmente in acqua un tacchino farcito ai tartufi (vinto per scommessa superando le scuse dell’amico perdente, secondo cui non era stagione di tartufi, a cui Rossini aveva risposto: “Frottole! Questa è una notizia diffusa dai tacchini per non farsi riempire!”).
3 La prima volta che una sua opera fu fischiata.
Quell’opera era nientemeno che Il barbiere di Siviglia, che al debutto a Roma nel 1816 subì un fiasco disastroso tra boicottaggi, chitarre scordate e un gatto nero che camminava sul palco. Eppure, scrivendo alla sua amata Isabella Colbran per raccontarle la serata, Rossini preferì glissare sulla musica e precisò: “Ma ciò che mi interessa ben altrimenti che la musica, cara Angela, è la scoperta che ho fatto di una nuova insalata, della quale mi affretto ad inviarti la ricetta…”. Era una vinaigrette magistrale con olio di Provenza, senape inglese, aceto francese, limone e l’immancabile tartufo.
Anche quando smise di comporre opere liriche, la musica e il cibo rimasero fusi: nei suoi celebri brani pianistici tardivi, i Péchés de vieillesse (“Peccati di vecchiaia”), inserì pezzi intitolati proprio Quatre hors d’œuvres (Quattro antipasti). Tra ravanelli e acciughe, spicca l’irresistibile ironia di Le beurre (Il burro), un tema con variazioni morbido e brillante che descrive in musica la fluidità del condimento. Perché per Rossini, la vita era una sinfonia da gustare fino all’ultimo boccone.
continua
immagine: Ritratto di Gioachino Rossini, di Marie Françoise Costance Mayer (sec. XVIII, olio su tela), conservato a Casa Rossini, Pesaro.(https://www.focus.it/cultura/arte/gioachino-rossini-il-barbiere-di-siviglia)





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