Esce oggi, per Il ramo e la foglia edizioni, La misteriosa morte di Efisia Caddozzu. Sebbene il titolo sia stato leggermente modificato, si tratta del mio romanzo d’esordio, uscito nel 2015 presso Piemme col titolo L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu. Da tempo il romanzo era fuori catalogo e gli editori di Il ramo e la foglia, che credono sia un’opera meritevole, hanno deciso di ripubblicarlo. Per chi non lo sapesse, si tratta di un testo ibrido, tra giallo/noir, romanzo di formazione e di costume. Si parla della morte di un’insegnante di mezza età, il cui cadavere viene trovato tra il ciglio della strada e un fossato da due ragazzini in bicicletta. Inizialmente i carabinieri pensano che si tratti di una prostituta, ma un giovane giornalista, incaricato di indagare sulla scomparsa di Efisia, che non dà notizie da qualche settimana, intuisce la vera identità della vittima. Le indagini non portano a nulla, il colpevole non viene assicurato alla giustizia, anche se il lettore alla fine saprà chi è stato a uccidere la donna. Questa è la parte noir; il romanzo di formazione è costituito invece dalla biografia di Efisia, dalla sua nascita problematica alla sua tragica morte, che viene narrata in paragrafi alternati a quelli che raccontano del delitto e delle indagini. Romanzo di costume, infine, perché nello svolgersi della vita di Efisia cerco di tracciare un quadro dell’Italia e delle sue trasformazioni tra gli anni Cinquanta e gli anni Novanta del Novecento.
La misteriosa morte di Efisia Caddozzu non è un romanzo rassicurante e confortevole: la protagonista è una donna dall’aspetto sgradevole e dal carattere aspro, una donna generosa e altruista, ma anche rigida e intollerante, non priva di una punta di razzismo. Il fatto che le indagini dei carabinieri non giungano a buon fine è un altro elemento poco rassicurante: l’assassino non pagherà per il suo delitto. Non è una storia di riscatto e rinascita, non è una storia in cui una donna attraversa grandi difficoltà ma trova infine la sua strada: la strada di Efisia finisce sul bordo di un fossato. Infine, l’ambiente provinciale in cui si svolge la vicenda è rappresentato in termini non molto lusinghieri.
In compenso è un romanzo avvincente, amaro, sì, ma anche divertente. Accattatevillo!
Di seguito un breve estratto.
« Il 20 marzo 1950, a Cagliari, tirava vento. Tira sempre vento, a Cagliari: questo è il motivo per cui i cagliaritani parlano sempre a voce molto alta, perché se la porta via il vento, la voce, e allora bisogna urlare se ci si vuol fare sentire. Maria Rosaria Piras, di soli ventun anni, penava in preda alle doglie: non urlava, lei, non ne aveva più la forza. I dolori, cominciati più di ventiquattro ore prima, erano spaventosi, non assomigliavano a niente che Maria Rosaria avesse mai provato o a cui fosse minimamente preparata. Camminava avanti e indietro per la camera, sorretta dalla madre che le borbottava irritanti parole di conforto; si metteva a sedere tenendosi il ventre enorme con le mani sudate; si lasciava passare sul viso un asciugamano bagnato, ruvido come carta vetrata, dalle mani dell’ostetrica, signorina Onoria, che aveva aiutato a partorire innumerevoli donne della famiglia e del vicinato nel corso di interi decenni. Ora signorina Onoria era anziana e le sue mani erano diventate nodose a causa dell’artrite.
Non voleva farlo capire, signorina Onoria, ma era preoccupata. Il travaglio durava da troppe ore, Maria Rosaria era esausta, la dilatazione era ancora incompleta, il bambino non nasceva. Più passavano le ore, più il rischio aumentava, tanto che si dovette far venire il dottor Foddis, che dopo aver riflettuto a lungo fumando come un turco si decise infine a usare il forcipe per tirare fuori la creatura, mentre l’ostetrica, per facilitare il processo di espulsione, sedeva con tutto il suo peso sulla pancia della disgraziata partoriente. Quando alla fine il bambino venne fuori, era violaceo e inerte; la madre rantolava sfinita; tutti si adoperarono a soccorrerla con nuove pezzuole umide e parole di conforto, mentre l’esserino appena nato fu buttato su una poltrona, avvolto in uno straccio, come una cosa ormai inutile. Solo una mezzoretta più tardi, quando fu ormai chiaro che il peggio era passato e che la puerpera se la sarebbe cavata con qualche giorno di riposo, la signorina Onoria raccolse quel fagottino, aprì i lembi del telo e si accorse di due cose: la prima, che il bambino era vivo e non pareva intenzionato a morire; la seconda, che non era un bambino ma una femminedda. Fu così che Efisia Caddozzu venne al mondo.»





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