Io lo so cosa significa avere paura della propria pelle.
Averla addosso
e sentirla come un vestito
scelto da qualcun altro.
Abitarla con cautela,
come una casa dopo il terremoto,
camminando piano
per paura che anche il silenzio
possa far crollare qualcosa.
Ci sono stagioni
in cui persino il respiro
sembra arrivare da lontano,
come acqua portata da mani stanche
attraverso una terra bruciata.
E allora si impara a stare.
A contare i passi.
A riconoscere il pavimento sotto i piedi,
la luce dietro le finestre,
il battito ostinato
che continua a bussare
anche quando dentro
tutto sembra chiuso.
La pelle conserva memoria.
Sa dove ha tremato,
dove ha stretto i denti,
dove ha aspettato l’alba
con gli occhi spalancati.
Eppure, un giorno,
quella stessa pelle
comincia a farsi più larga.
Il respiro trova spazio.
Le ossa smettono di essere confini.
Le mani tornano a toccare il mondo
senza chiedergli prima
se sia sicuro.
Forse guarire somiglia a questo:
tornare lentamente
dentro la propria casa
e accorgersi, quasi con stupore,
che le stanze sono ancora lì.
Che sotto tutta quella polvere
c’era ancora una finestra.
E che dalla finestra
entrava luce.





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