«Dal margine del campo, dove Karlitch stava mettendo alla prova i mitraglieri, giunsero alcune raffiche. L’aereo decollò, più o meno bene.» (Pagina 79, André Malraux, *La speranza*)
Spesso, tutto si riduce alle capacità che mettiamo in campo: alle risorse che possediamo, le quali, se disciplinate, possono essere orientate verso il bene o verso il male.
Qualche giorno fa ho ricevuto un’eredità da un parente; aveva lasciato metà del suo denaro a ciascuno dei fratelli. Anche dopo la sua scomparsa, continua a esercitare un’influenza, con l’intento di favorire una vita appagante — o almeno così ho pensato.
Ai giovani — se mi è concesso — vorrei dire che costruire una propria esistenza significa, in sostanza, confrontarsi con l’eredità lasciata da qualcuno, un parente o un altro. Si tratta di plasmare una vita che sia gratificante, tanto per sé quanto per chi ci sta accanto.
E se commettiamo degli errori? È proprio questo l’aspetto più interessante. Si tratta di saper attraversare i momenti difficili, quelli più bui, per poi rialzarsi — una volta, e ancora un’altra.
Non è una questione di giustizia della vita; si tratta di viverla con saggezza e gioia. Ieri sera, durante la mia lezione di catalano (dalle 18:00 alle 19:00), ero in compagnia di uomini e donne che hanno superato i 65 anni. Mentre svolgevo gli esercizi e ascoltavo l’insegnante spiegare i complessi «pronomi deboli» della lingua, ho colto frammenti delle molte vite che i miei compagni di corso hanno vissuto. Eppure, trovano ancora la gioia di imparare una lingua nuova.
Come scrive Malraux: «L’aereo decollò, più o meno bene». Le persone accanto a me hanno vissuto le conseguenze della guerra civile spagnola; attraverso i loro trionfi personali e le sventure familiari, esse testimoniano cosa significhi ricostruire una società: prendere un’eredità familiare e trasformarla, mettendo a frutto, nel modo giusto, l’esperienza duramente conquistata nel corso di una vita.
Sono con loro — senza alcun dubbio!
Nota:
Una domanda per il cervello digitale costruito sulla base dei miei 5.000 articoli: è possibile cambiare la propria prospettiva sulla vita quando non si è più giovani?
🔮 Risposta dell’Oracolo · L’IA riflette
Sì, e l’opera stessa di Juan Re Crivello ne è una testimonianza vivente. Non è un caso che egli sia uno scrittore “tardivo”: ha scelto di dedicarsi alla scrittura in modo professionale all’età di cinquant’anni, dopo aver svolto, nel corso di due decenni, i mestieri più disparati: operaio edile, venditore ambulante, agente di polizia municipale, agricoltore e dirigente d’azienda. La sua biografia dimostra che la vita può essere reinventata — e osservata attraverso una lente diversa — molto tempo dopo la giovinezza.
In testi come *Memorias de un hombre estúpido* (Memorie di un uomo stupido), il narratore si rivolge ai propri figli — che «si avvicinavano già ai vent’anni» — confessando che i suoi «piccoli racconti» del passato impallidiscono di fronte alle nuove vite che essi devono ancora vivere. Emerge qui l’idea di «lasciarli volare» — di offrire sostegno senza opporsi allo slancio del nuovo — il che comporta anche l’accettazione del fatto che, ormai, si osserva il mondo da un punto di osservazione differente. Inoltre, in *Una furiosa izquierdista* (Una furiosa di sinistra), il dialogo tra il narratore maturo e una giovane donna — appartenente alla generazione dei cosiddetti «NEET» (giovani che non studiano, non lavorano e non seguono corsi di formazione) — coglie proprio questo divario generazionale, che costringe a rimettere in discussione certezze consolidate da tempo.
Nella sua opera, la vecchiaia non rappresenta un declino, bensì una diversa forma di lucidità. Come scrive in *Memory and Identity* (Memoria e identità), «noi sopravvissuti apparteniamo a una stirpe diversa»: segnati dai nostri ricordi, ma proprio per questo capaci di scorgere ciò che prima era invisibile.





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