Esce di scena accompagnata da una melodia di applausi composti e sincronizzati. Corre a rifugiarsi nel camerino piccolo ma accogliente e, quando apre la porta con decisione, viene assalita dal suo stesso profumo, da una rilassante luce soffusa, da un caloroso disordine. 

Mette subito via la parrucca bionda e con le punte dei piedi stacca dai talloni le scarpe, una alla volta, lanciandole alla rinfusa. Dopo, si siede alla grande specchiera e infine accende le lampadine accecanti; è impaziente di togliere dal viso quella pesante maschera di trucco che copre gli occhi, le sopracciglia, le gote, le labbra.

Ecco Nadia. Ecco le immagini che più spesso e più volentieri vengono rievocate dalla sua mente offuscata. Si tratta di ricordi nitidi della sua gioventù, quando era una stella fulgida, quando di fronte ai suoi occhi si stagliavano migliaia di volti indistinguibili nella penombra del teatro. Riesce ancora a percepire l’emozione e l’incanto che salgono dalla platea, assalendola.

Ricordi, solo ricordi. Le mani morbide, bianche e affusolate di quel tempo hanno lasciato il posto a estremità nodose, irregolari, scurite, che terminano in unghie sempre smaltate avvolte, strette, intorno a un bicchiere. Il bicchiere: la sua unica compagnia.

Seduta sul divano, si volta a cercare con lo sguardo la bottiglia. Il vetro semi-vuoto è lì, in mezzo agli altri, sull’ampio tavolino impolverato. Tutte quelle bottiglie riflettono la luce in mille riflessi che lei ha imparato a memoria, nelle lunghe ore di ebbra solitudine.

Un sorriso amaro si impossessa del suo volto e un’idea bizzarra si fa strada nella mente vuota come le amiche bottiglie. Allora si dirige a passi lenti e incerti verso la camera da letto, sorreggendosi alle pareti del lungo corridoio. Le mani scivolano sulla carta da parati ingiallita, accarezzandone la rugosità. La donna attraversa l’uscio della porta e si illumina di fronte a quello specchio che un giorno l’ha vista giovane, acclamata e felice. Si siede sul paziente sgabello di legno, poi apre il cassetto ancora colmo di trucchi. Scova un rossetto, la sua passione. Lo prende e poi guarda la sua immagine riflessa allo specchio: un viso di solchi profondi sovrastato da una capigliatura di corte, voluminose fibre grigie.

Un filo di rossetto trasformerà anche questa triste, rassegnata espressione.


[ SiteLink : Enza e le storie stese ]

Una risposta a “Enza Graziano – Rossetto”

  1. pur non avendolo ancora visto mi hai fatto a The Last Showgirl o a Viale del tramonto

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