«Il corpo ha memoria.» Con queste parole inizia il libro di Daniela Stallo, Mezzanotte meno un quarto. Il corpo ha memoria, conserva le nostre esperienze, più di quanto non le conservi la mente: una piega della pelle, una macchia, una piccola cicatrice sono lì a testimoniare ciò che è accaduto. A questo pensa la protagonista e narratrice, una donna sui sessant’anni, mentre una sera, prima di dormire, accarezza una piccola e tenace crosticina che ha sulla pancia. È la testimonianza di quanto è successo parecchi anni prima, quando la donna, ancora giovane, scopre che la sua gravidanza non sta andando bene, che il feto presenta anomalie gravi. Deve prendere una decisione, deve prenderla in fretta, e decide di interrompere la gravidanza. In Italia l’aborto è legale dal 1978, ha superato un referendum abrogativo nel 1981, ma la donna che ha deciso di abortire è ancora soggetta a stigma ed è perseguitata, durante l’iter, da ostacoli burocratici e dall’atteggiamento spesso ostile dei medici e infermieri che dovrebbero soltanto permetterle di attuare la sua decisione nel modo più sereno possibile, garantire la sua salute e il suo benessere.

La protagonista del romanzo, quando si rende conto della necessità di interrompere la gravidanza, è avanti rispetto ai tempi previsti dalla normativa, ma poiché c’è un grave rischio per la salute sua e del feto può procedere, dovendo tuttavia sottomettersi a una serie di umiliazioni, tra le quali dichiararsi a rischio suicidio. Viene ricoverata e le viene indotto il parto: trascorre la giornata in ospedale, in attesa dei dolori che tardano a venire, in una situazione quasi di irrealtà, mentre il marito e alcune amiche si avvicendano al suo fianco, e intanto, come in un caleidoscopio, immagini di tutta una vita si succedono nella sua mente. La famiglia d’origine, gli anni dell’infanzia, l’università, la rassegna dei suoi amori passati.

È l’attesa che tutto si compia, che il dolore si scateni, che il figlio che non può nascere venga espulso dal corpo. A un tratto la narrazione si impenna, quando tutto precipita verso la conclusione. Il marito che va a casa, “tanto c’è ancora tempo”, l’amica che viene a passare la notte e si mette il pigiama, infermiere e medici che passano, danno un’occhiata, sottovalutano i sintomi, si mostrano indifferenti, se non negligenti. Sta di fatto che l’espulsione del feto avviene nel modo più umiliante e grottesco e la donna si ritrova ad avere portato a termine il suo doloroso compito da sola, senza alcun conforto, senza che la drammaticità del momento venisse in qualche modo salvaguardata.

È la realtà dei reparti ospedalieri, dei reparti di ginecologia e maternità, dove il personale è spesso disattento e sbrigativo, quando non sarcastico, dove la donna si sente spesso un organismo che espleta una funzione e non una persona da accompagnare e di cui avere cura. Succede alla partoriente, succede a maggior ragione alla donna che interrompe la sua gravidanza, ancora oggetto di biasimo e bersaglio di battute malevole.

In questa dura cronaca Daniela Stallo non risparmia nulla al lettore, alla lettrice, usando il linguaggio netto e affilato che le è caratteristico. Come dichiara sul suo blog, alla base del racconto c’è qualche spunto autobiografico, ma c’è soprattutto un gran numero di racconti e testimonianze, una memoria collettiva. Può la vita di una singola persona diventare la vita di ciascuno? Si possono raccontare esperienze individuali come parte di una storia che riguarda tutte e tutti? Sull’esempio di Annie Ernaux, Daniela Stallo ci prova.

Una risposta a “Mezzanotte meno un quarto, di Daniela Stallo (Coda di volpe, 2026) Recensione di Marisa Salabelle”

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