Paolo Malaguti è un professore di materie letterarie e insegna in un liceo di provincia, in Veneto, la regione di cui è originario. È anche uno scrittore molto apprezzato, autore di romanzi di successo come Il Moro della cima, Se l’acqua ride, il recente Fumana. Sentieri partigiani è una riflessione sui monumenti ai caduti, che punteggiano le nostre città e le nostre montagne, sul rilievo che hanno o non hanno, sulle scelte linguistiche, decorative e anche logistiche che hanno ispirato i loro autori e committenti, sull’impatto che hanno o potrebbero avere su di noi che gli passiamo accanto, a volte colpiti dalla loro grandiosità, a volte invece senza nemmeno notarli; infine sull’insegnamento della Storia ed esattamente della storia della Resistenza. Tutto inizia con delle escursioni in bicicletta che Malaguti fa spesso sul Monte Grappa, uno dei monti più famosi dove si combatté durante la Prima guerra mondiale: e infatti, oltre ai resti delle trincee e dei camminamenti che all’epoca modificarono l’aspetto di quella e di altre montagne, è possibile trovare monumenti che ricordano e glorificano i caduti su per quei monti. L’autore, pedalando sui tornanti, ha sempre visto tutto quanto ricorda la Grande Guerra, ma non aveva mai notato, invece, il Monumento al Partigiano, che se ne sta defilato e quasi invisibile per chi non lo cerchi attentamente. È così anche per altri cippi, lapidi e manufatti che ricordano i partigiani: sono defilati, da una parte, spesso privi di spiegazioni. Alcune vicende, alcuni personaggi sono avvolti da una sorta di mistero, le versioni sulla loro morte sono più di una, al passeggero o al cittadino interessato non vengono fornite informazioni esaurienti.
Un altro luogo di discussa importanza, quello in cui venne fucilato Mussolini insieme alla compagna Claretta Petacci, è dissimulato, difficile da trovare, ignoto alla maggior parte delle persone; sul posto c’è una croce su cui è scritto il nome Benito Mussolini e la data della morte, senza altra spiegazione, senza che nemmeno venga ricordata Petacci, che pure morì insieme a lui, mentre dall’altra parte della strada nel 2012 è stata apposta una lapide in cui si ricorda la fucilazione di Mussolini (sempre solo lui) ad opera del CLNAI, lapide in seguito distrutta da qualcuno e poi rimessa.
Perché avviene questo, si chiede Malaguti. Forse perché noi italiani non siamo mai riusciti a risolvere il nostro rapporto col fascismo, così come non abbiamo mai avuto il coraggio (coraggio che, beninteso, molti storici hanno: ma non le istituzioni) di discutere con sincerità e chiarezza su tutti gli aspetti della Resistenza, anche quelli meno nobili o edificanti. Abbiamo preferito glissare su tante cose, consegnando però ai nostri giovani una versione dei fatti semplificata e in parte ipocrita. Come insegnante, Malaguti vorrebbe invece problematizzare, far capire agli studenti che i partigiani, anche quelli morti in combattimento o giustiziati, non sono solo dei “martiri”, sono dei combattenti, hanno commesso atti di eroismo ma anche azioni violente e a volte cattive, hanno certo commesso degli errori, e soprattutto erano giovani, giovani come gli studenti che forse si appassionerebbero di più alle loro storie se potessero vederle con uno sguardo limpido, ripulito da ogni retorica.




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