Non tutte le persone che incontriamo restano nella nostra vita, ma alcune cambiano per sempre il nostro sguardo.
… ero così persa nei miei pensieri, lasciando che i fili della mia immaginazione fluttuassero nel vento, da dimenticare il mondo
A un tratto, accanto al mio riflesso nel vetro che restituiva un’immagine luminosa, mi accorsi che ne era comparso un altro.
Dall’altra parte del corridoio, l’oscurità prese forma: una giovane donna vestita a lutto, seduta in un isolamento che pareva assoluto. Emanava un’aura di dolore così densa da farsi fisica; era immobile, un monumento alla perdita, mentre lacrime silenziose le rigavano il volto.
Mi avvicinai con la delicatezza di chi calpesta un terreno sacro e mi sedetti al suo fianco. Restammo sospese nel silenzio, finché le sue parole non arrivarono da sole.
Era appena rimasta vedova, mi disse. Le sussurrai, attingendo a ogni stilla di dolcezza nel mio cuore, che l’amore autentico sfida la tomba. Non può svanire; sopravvive nei ricordi, nei gesti minimi, persino nell’eco di un sorriso. Le dissi che un giorno, magari proprio ridendo, avrebbe sentito di nuovo quel legame, poiché chi si è amato non è mai davvero separato.
In quell’angolo vagone intriso di lacrime altrui, sentii il gelo del futuro mordermi le ossa; compresi allora che non potevo lasciare al destino l’ultima parola: dovevo incatenare l’anima di Robert alla mia con un giuramento che trasformasse il nostro amore in una sfida all’impossibile, rendendo la morte solo un altro luogo in cui continuare a parlarci.
Fu allora che decisi che ci saremmo dovuti fare reciprocamente una promessa solenne: chiunque fosse scivolato per primo oltre il velo, sarebbe tornato e avrebbe comunicato con l’altro, continuando a conversare, anche dopo la vita, tessendo un filo indissolubile tra i due mondi.
Intanto sul vagone, attorno a noi, gli altri passeggeri si tenevano a distanza, quasi il dolore fosse una malattia infettiva da cui proteggersi.
Quando il treno arrivò, la mia leggerezza si era incrinata.
La tentazione di rinunciare al ballo mi sfiorò come un’ombra, ma sapevo di non poter fare altro per lei.
Così scesi.
La residenza del governatore esplodeva di vita, un incendio di luci e voci. Le risate riempivano le sale, leggere e scintillanti.
Lentamente, contro la mia stessa volontà, quel turbine di gioia iniziò a trascinarmi, sciogliendo il ghiaccio che portavo dentro. La musica e il vociare caldo mi riportarono a galla.
Passando davanti a una grande specchiera dorata, vidi il mio volto: era radioso, vivo. E, per un attimo, mi parve quasi colpevole.
Proprio allora, sotto lo splendore dell’orchestra, mi parve di udire un altro suono. Più fragile, più cupo. Il fantasma di un singhiozzo trattenuto
Fu allora che le parole arrivarono.
continua



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