Il 17 giugno 2026, nella città di Évian-les-Bains, fu catturata un’immagine destinata a definire la nostra epoca: i leader delle sette grandi potenze mondiali seduti allo stesso tavolo, da pari a pari, con undici dirigenti delle principali aziende di intelligenza artificiale. Figure come Sam Altman, di OpenAI; Dario Amodei, di Anthropic, e Demis Hassabis, di Google DeepMind, furono trattate con lo stesso peso conversazionale riservato ai presidenti e ai primi ministri. Questo pranzo, inedito nella storia del G7, non è un semplice successo diplomatico: rappresenta l’incoronazione formale di una nuova élite del potere globale e la conferma che la tecnologia ormai detta la geopolitica.
Settant’anni fa, il sociologo C. Wright Mills coniò il termine «élite del potere» per descrivere le oscure forze corporative, militari e politiche che dirigono il mondo. Oggi assistiamo a un rivelatore cambio al vertice di quella piramide. In questo vertice del G7 hanno brillato per la loro assenza i leader delle grandi compagnie petrolifere, dei mezzi di comunicazione o delle gerarchie militari. Il loro posto è stato occupato dai padroni dell’IA. Questo fatto, simbolico e pratico al tempo stesso, conferma una realtà ineludibile: le decisioni più strutturali per le nostre società e le nostre libertà non vengono più prese soltanto nei palazzi governativi, ma anche nelle sale dei consigli di amministrazione della Silicon Valley. Invitandoli ufficialmente al vertice, stiamo concedendo a corporazioni private uno status che prima era riservato esclusivamente agli Stati nazionali.
Tuttavia, questo invito non fu un semplice atto di deferenza verso l’innovazione, bensì una cruda manovra di esclusione geopolitica. Durante l’incontro, i dirigenti e i leader del G7 concordarono una strategia congiunta centrata su un obiettivo comune: mantenere la Cina ai margini della tecnologia più avanzata. Lo scopo è stabilire un rigido controllo sui modelli di IA per evitare che cadano nelle mani di regimi autoritari. L’IA ha smesso di essere vista soltanto come uno strumento commerciale per trasformarsi in un vantaggio armamentistico e strategico, in una corsa che il governo statunitense paragona implicitamente alla crisi del satellite Sputnik durante la Guerra fredda. Oggi il blocco occidentale dà priorità al mantenimento della propria egemonia rispetto alla diffusione aperta e globale dell’intelligenza artificiale.
Ma dietro questa facciata di fronte unito si nasconde una profonda ansia europea per la sovranità tecnologica e il timore di una dipendenza totale dal software degli Stati Uniti. Pochi giorni prima del vertice, l’amministrazione di Donald Trump invocò la «sicurezza nazionale» per vietare ai cittadini stranieri l’accesso agli ultimi modelli di Anthropic, noti come Mythos 5 e Fable 5. Questa decisione nazionalista, criticata apertamente dal presidente francese Emmanuel Macron, mostrò all’Europa la sua enorme vulnerabilità. Rese chiarissimo che, davanti al minimo rischio percepito, Washington non esiterà a scollegare i propri alleati dalla sua infrastruttura tecnologica. Per questo, la presenza al tavolo di Arthur Mensch, leader dell’azienda francese Mistral AI, fu cruciale per l’Europa: rappresenta la speranza del continente di forgiare campioni propri capaci di competere nell’industria ed evitare che le sue economie diventino semplici ostaggi digitali.
Infine, il G7 pose l’accento sull’imperiosa urgenza di regolamentare questa tecnologia per proteggere le democrazie dagli attacchi informatici e dal bioterrorismo, nonché per tutelare i minori online. Tuttavia, l’ironia è evidente. È estremamente pericoloso tentare di regolamentare le minacce alla democrazia affidando il disegno delle regole proprio a coloro che traggono beneficio da questa industria. Al vertice furono gli stessi direttori dell’IA a proporre la creazione di un organismo per gli standard tecnici e di una coalizione guidata dagli Stati Uniti, modellando attivamente la stessa architettura regolatoria che dovrebbe controllarli e valutarli. Mentre gran parte della cittadinanza fa i conti con l’ascesa del populismo e dell’autoritarismo, l’influenza sproporzionata di questi leader tecnologici nei corridoi dei governi passa in modo allarmante inosservata.
Il G7 di Évian-les-Bains segna un prima e un dopo: un «momento Évian» in cui l’intelligenza artificiale è stata riconosciuta ufficialmente come un pilastro non negoziabile della governance mondiale. Tuttavia, come società civile, dobbiamo chiederci: è questo l’ordine mondiale che desideriamo? Se i giganti tecnologici siedono già al tavolo dei potenti per scrivere le leggi, il rischio maggiore non è soltanto che l’IA cada nelle mani di autocrati stranieri, ma che, sotto la promessa di progresso e sicurezza, finisca per smantellare dall’interno la nostra stessa sovranità democratica.





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