«Soffriamo più spesso per ciò che immaginiamo che per ciò che è reale.»

— Seneca (Lettere a Lucilio)

L’altro giorno mi è capitato di leggere questa affermazione di Seneca e ho pensato a quanto, quelli che oggi definiamo e riconosciamo come sintomi di un qualche disturbo psicologico, abbiano anche con modalità diverse, caratterizzato il funzionamento psichico dell’essere umano in epoche molto lontane dalla nostra epoca ipermoderna.

Probabilmente anche Seneca ha avuto la necessità, magari facendone esperienza o sentendo l’esperienza altrui, di riflettere sul fenomeno del rimuginio ansioso e ossessivo e della ruminazione.

Quindi molto prima che la psicologia moderna e le scienze cognitive codificassero i meccanismi dei bias cognitivi e dell’ansia anticipatoria, il filosofo stoico Seneca aveva già individuato una delle dinamiche fondamentali della sofferenza umana: la capacità della nostra mente di trasformare le possibilità in minacce reali.

Un esperienza molto comune che può caratterizzare momenti di vita difficili di ognuno di noi, ma che in alcuni casi può trasformarsi in qualcosa di molto più preoccupante e invalidante.

Pensateci.. quante volte ci siamo trovati ad anticipare uno scenario catastrofico, a rimuginare su una frase detta o a prefigurarci il peggior esito possibile per un evento futuro?

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Dalla prospettiva della psicologia cognitiva e costruttivista, il cervello umano è una straordinaria macchina per generare previsioni. Il suo obiettivo primario non è renderti felice, ma garantirti la sopravvivenza. Per farlo, analizza costantemente il contesto e tenta di anticipare i pericoli.

Tuttavia, quando questa funzione predittiva si sovraccarica, entriamo nel terreno della catastrofizzazione.

Ciò comporta un cortocircuito mentale che ci fa commettere degli errori cognitivi evidenti agli altri, ma meno evidenti a noi stessi. Succede che, ad esempio, confondiamo il possibile con il probabile e quindi un evento ipotetico viene percepito come un fatto imminente.

Reagiamo emotivamente a ciò che immaginiamo e non al fatto vero, ciò che veramente accaduto. In questo caso il nostro sistema nervoso attiva la risposta di stress (attacco o fuga) anche se la minaccia esiste soltanto nella nostra rappresentazione mentale.

Infine restiamo intrappolati nel tempo mentale, in un continuo loop “autoprodotto”. Ciò significa che viviamo nel futuro (ansia e rimuginio) o nel passato (ruminazione), perdendo il contatto con il momento presente, che spesso è del tutto privo del pericolo immaginato.

Il pensiero rigido e “lineare” delle ossessioni legate al rimuginio e alla ruminazione tendono a costruire catene di causa-effetto basate sulla paura. Ad esempio:

«Se non risponde subito al messaggio, allora è arrabbiato con me, quindi la relazione andrà in crisi.»

Bisognerebbe decostruire l’automatismo che genera l’ansia e il malessere, partendo da un concetto fondamentale, ma difficile da digerire per molti: accettare l’incertezza.

La sofferenza immaginaria è spesso il tentativo disperato di controllare l’imprevedibile. Riconoscere i limiti del proprio controllo è il primo passo per liberare risorse emotive.

E in questo senso un buon percorso psicologico terapeutico può aiutare tantissimo, anche a riconoscere i bias del proprio funzionamento mentale rispetto a ciò che immaginiamo e ciò che realmente viviamo.

Ti capita mai di restare intrappolato in scenari ipotetici che tormentano i tuoi pensieri?

dott. Gennaro Rinaldi – Psicologo Clinico e dello Sviluppo – Psicoterapeuta Sistemico Relazionale

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