Antonella Cilento è un’autrice che ho scoperto per caso alcuni anni fa, quando ho visto sugli scaffali della biblioteca un libriccino edito da Aboca, in quella collana che ha sempre in copertina un albero. Si intitolava  Solo di uomini il mondo può morire ed era una via di mezzo tra il diario e il saggio, raccontando di passeggiate che l’autrice e il suo compagno usavano fare nella Foresta Regionale di Cuma, durante la pandemia di covid, e spaziando tra gli incontri inaspettati e curiosi, la rievocazione delle leggende legate al luogo, le riflessioni personali e le considerazioni relative alla questione ambientale.

Di questo genere sono anche gli altri suoi libri che ho letto, eccetto il bellissimo romanzo La Babilonese, e cioè Il sole non bagna Napoli e La fabbricante di isole, entrambi usciti presso BEE. In quest’ultimo libro, che si configura come una raccolta di brevi saggi, si parla del Sud in tutte le sue accezioni: di arte, di musica, di fotografia, di poesia, di parchi e giardini, di città importanti come Napoli o Palermo e di località minuscole, sconosciute, dove comunque si nascondono chiese, affreschi, manifestazioni artistiche e musicali. È questa che Cilento chiama l’Italia Piccola, le centinaia e centinaia di luoghi, opere d’arte sconosciute, imprese culturali che non hanno una risonanza presso il grande pubblico ma che spesso sono di qualità eccelsa. Impossibile riassumere tutti i luoghi che Cilento ha visitato, le locande, stalle ristrutturate, B&B dove ha dormito, affreschi che ha ammirato, persone che ha conosciuto. In questo caso la cosa migliore è leggersi il libro, che è una miniera. I fili conduttori sono comunque evidenti, e sono la consapevolezza che il Sud cela al suo interno una ricchezza inestimabile; che bisogna saper cercare, recarsi in posti impervi e lontani dal richiamo del turismo; che quest’ultimo, nella sua declinazione più orientata al lusso e allo sfruttamento, si sta mangiando tutto. I resort di lusso dove vengono a divertirsi e a farsi vedere le star, le manifestazioni popolari trasformate in fenomeni di massa a uso dei turisti, perdendo ciò che le rendeva vere e partecipate, si pensi alla pizzica e alla taranta, i centri storici ormai diventati dei mangifici, dove ristoranti e bar sono strapieni a tutte le ore e dove ciò che si propone al visitatore, allo straniero, è diventato ormai quasi solo cibo. Una distorsione dell’idea di viaggio, di vacanza, che non è solo del Sud ma della grandissima parte di tutti i magnifici luoghi di cui l’Italia è ricca.

Una risposta a “La fabbricante di isole, di Antonella Cilento (BEE, 2026). Recensione di Marisa Salabelle”

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