Sulla via della croce, seduta al tavolino, con le gambe allungate,
concluse in eleganti zoccoli di cammello; la vista persa
fra i sassi. Correndo le ambulanze risalgono di traumi e di rumore l’ospedale.
I capelli rossi, presi da un fermaglio di cuoio, si frangono a onde
sul camice leggero, di lino bianco. Aisha alza il viso assente;
le intenzioni, le remore, perfino le gelosie dei passanti
la attraversano
e si rompono, cadono alla rinfusa, con rumore di coccio e tagli
di ferramenta.
Dove ha scritto Eraclito: “non riuscirai a trovare, per quanto cammini,
i confini dell’anima?” Eccoci, infatti, ora siamo qui, una Morgana marocchina
e una città straniera;
slegate, reciproche prigioniere, venticinque secoli più tardi, senza sapere,
ancora, come trovarli, quei limiti.
Fuga di spirito in eccesso. Esito di un viaggio imprevisto. Frutto impazzito,
mai stato puro, come un rovescio su luoghi umidi, in stagione di siccità.
Sei acqua che cade dai tagli della pentola, Aisha, sei sirena della costa
nell’ora di bassa marea.
Sei qui, ancora la temibile jinniyya berbera, ma senza uomini da regolare;
povera di ragioni e di sonni da turbare; guardata con sospetto
perfino da questi esuli e trascurati angeli con la camicia.
Anche l’elegante demone dai baffi biondi, seduto al tavolo di fronte,
custode attraente di sogni indicibili, mi guarda, senza vedermi e senza ridere,
come l’approdo di speranze che alla fine hanno fatto naufragio;
come la barca di Maddalena, sulla costa di Marsiglia,
ma senza un folklore sulla riva, senza una grotta
per la fine.
[ BlogLink: Gianluca Mantoani ]





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