Ho trascorso la mia infanzia e la prima giovinezza ad Agliate (MB). È un luogo che porto ancora dentro di me, insieme ai suoi prati, al Lambro e alle storie che vi si raccontavano.

Questa è una di quelle. Mi accennarono qualcosa tanto tempo fa, e ancora oggi mi piace immaginare che sia andata proprio così.

Il sole sta per tramontare. Devo affrettarmi.
Mia madre vuole che, al calar della sera, i polli siano già rientrati dal prato in riva al fiume.
Ma a me piace attardarmi.
È quasi estate e l’aria della sera è tiepida. Tra le alte erbe e le canne che costeggiano il Lambro, i grilli hanno già cominciato a cantare, mentre cicale e rane riempiono di suoni le rive boscose.
Mi piace osservarle e, qualche volta, persino prenderle in mano, anche se sono un po’ viscide. L’importante è stare alla larga dai rospi. Mia madre dice che, se uno di loro mi saltasse sulla testa e poi facesse la pipì, perderei tutti i capelli!

«Pio, pio, pio… Venite qui, galline! È ora di tornare a casa!»
Le chiamo una per una, cercando di radunarle.
Quando scende la notte, infatti, le galline non saprebbero difendersi dalle volpi, dalle faine e dai cani. Devo riportarle nella stia prima che sia buio.

Eppure quelle non hanno nessuna fretta.
Neppure io, a dire il vero.
Vorrei restare ancora un po’, almeno finché l’aria non sarà satura dei profumi dell’inizio estate e le prime lucciole non accenderanno le loro minuscole lampade tra l’erba.
Ma devo pensare ai polli.

Finalmente li ho radunati.
Uno, due, tre… cinque, sei.
Ci sono tutti.
Adesso devo convincerli a imboccare la strada che sale dolcemente verso il casale dove lavora anche mio padre.
Non dovrebbe essere difficile. Se faccio presto, potrò ancora uscire. Anche i figli degli altri coloni saranno fuori: correremo nei prati, ci tufferemo sui covoni di fieno e magari riusciremo a cogliere qualche frutto senza farci scoprire.
Ancora poca strada…

Ed è proprio allora che mi distraggo. Ma solo un pochino…
La gallina bianca ha cambiato direzione.
Si è voltata ed è tornata verso il fiume.
E adesso corre!
«Ehi! Dove vai? Torna indietro!»

Non posso perderla. Il padrone sa essere crudele con chi non fa il proprio dovere.
Che cosa devo fare?
Lasciare le altre cinque e rincorrerla? Oppure riportare a casa le cinque e sperare che la fuggitiva torni da sola?
Forse, se corro, riuscirò a raggiungerla in un baleno. La strada verso il Lambro è in discesa.

Raccolgo la sottana con una mano e mi lancio all’inseguimento.
Per fortuna la gallina non va lontano.

All’improvviso si ferma.
E comincia a raspare il terreno con una zampa.
«Finalmente!»
Mi butto su di lei e riesco ad afferrarla. La tengo stretta, cercando di non farmi tentare dalla voglia di tirarle il collo per la rabbia.
Ma proprio allora vedo qualcosa.
Un luccichio.
Là dove la gallina stava scavando, qualcosa sporge dal terreno e riflette l’ultima luce del sole.
Rimango a guardare per qualche istante.
Che cos’è?
Non ho tempo di scoprirlo. Devo riportare la gallina disobbediente e le altre a casa, nella stia, prima che faccia buio.

Quella sera, però, non riesco a dimenticare quel luccichio.
Appena ho finito i miei doveri, torno allo spiazzo vicino al fiume.
Peccato non aver messo un segno.
Cerco, guardo, sposto qualche sasso.
Niente.
Poi il mio zoccolo inciampa in qualcosa.
Eccolo!
Mi inginocchio.
Forse è un tesoro.
Forse è d’oro.
E se fosse davvero d’oro, potrei farmi una dote!

Comincio a scavare con le mani nude. Ma l’oggetto sembra profondamente infisso nel terreno.
Prendo allora delle pietre piatte e provo a fare leva.
Niente.
Più scavo, più riesco a capire che cosa sto vedendo.
Sembra una lamina.
E c’è qualcosa che la attraversa.

Una croce?

No, non è possibile.
Eppure sembra proprio una croce.
Cerco di tirarla, di spostarla, di smuoverla. Ma non c’è verso.
È troppo tardi. Dovrò tornare domani.
Ricopro tutto con la terra e ammucchio sopra alcuni sassi, così potrò ritrovare facilmente il punto.
Domani chiederò aiuto ai miei fratelli.

Il giorno dopo si ricomincia a scavare.
Prima siamo in pochi.
Poi arrivano altri.
Qualcuno incuriosito, qualcuno convinto che sotto quella terra ci sia davvero un tesoro.
Lo scavo diventa sempre più grande.
E sempre più profondo.
La croce, finalmente, si rivela per quello che è: non è sola, ma è attaccata a delle tegole.
A un tetto.
E sotto quel tetto, lentamente, comincia a emergere qualcosa di molto più grande di qualsiasi tesoro avremmo potuto immaginare.

Lo sterro continua.
La terra viene rimossa, pietra dopo pietra, tegola dopo tegola.
Ormai tutto il villaggio è all’opera.

E la gallina bianca?
Lei aveva soltanto seguito il proprio istinto.
Aveva raspato la terra.
Aveva fatto brillare qualcosa al tramonto.
E aveva dato, senza saperlo, l’avvio allo scavo che avrebbe riportato alla luce un tesoro rimasto nascosto per secoli:
la basilica di Agliate.

Forse è soltanto una leggenda. Ma ad Agliate, quando ero bambina, mi piaceva pensare che fosse stata proprio una gallina, con il suo ostinato raspare nella terra, a restituire al paese il suo tesoro più prezioso.

immagini:

1 https://www.internationalresidence.com/basilica-di-agliate/

2 Don Rinaldo Beretta: Opera Omnia

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