Tra travestimenti borbonici, il contrabbando d’armi per i Mille e la prima recensione della pizza: la vita da romanzo del papà dei Tre Moschettieri (e della buona tavola).

La settimana scorsa abbiamo scoperto il Dumas spadaccino del mestolo. Oggi entriamo finalmente nel suo laboratorio segreto: il Grande dizionario di cucina, l’opera monumentale a cui lavorò fino ai suoi ultimi giorni, considerandola il suo vero testamento spirituale.
Pubblicato postumo nel 1873, questo volume di oltre mille pagine racchiude circa 3.000 ricette. Ma non è il classico manuale tecnico: Dumas lo concepì come un mix esplosivo di aneddoti, memorie e colpi di genio.
D’altronde, la passione per il cibo era nel suo DNA: cresciuto nell’albergo-ristorante del nonno, sviluppò una vitalità debordante e una stazza da gigante (ben 110 chili!), tanto che i contemporanei dicevano che avesse «lo stomaco vasto quanto un silo».
Per lui il pasto era un’esperienza filosofica, e amava ironizzare: «È noioso mangiare quando hai fame, perché subito dopo non hai più fame!».

Ma dove ha raccolto Dumas i segreti e le ispirazioni per questa opera immensa?

La risposta è anche in un capitolo straordinario della sua vita: il suo viscerale legame con l’Italia e la città di Napoli.

Tutto ebbe inizio nel 1835, quando Alexandre Dumas arrivò a Napoli sotto falsa identità, poiché le autorità borboniche lo consideravano un pericoloso repubblicano.
Per sfuggire ai controlli, iniziò a girare nei vicoli su un corricolo, (*) un calesse sgangherato. Da quell’avventura nacque una delle sue opere di viaggio più famose, Il Corricolo (1843), ed è proprio tra quelle pagine che Dumas offrì una delle primissime testimonianze letterarie sulla pizza, definendola il “termometro gastronomico ed economico” della città, un cibo rotondo, semplice ma complicato, capace di sfamare il popolo con pochi soldi.

Il legame con Napoli divenne totale nel 1860 grazie all’incontro con Giuseppe Garibaldi.
Folgorato dal Generale, Dumas vendette i suoi beni per raccogliere 50.000 franchi d’oro, acquistò armi e, a bordo della sua barca Emma, sfidò i blocchi navali borbonici per consegnarle ai Mille.
Dopo il trionfo, Garibaldi lo nominò Direttore degli Scavi di Pompei. Anche se l’incarico a uno straniero scatenò le proteste della città costringendolo alle dimissioni dopo tre anni, Dumas lasciò un segno indelebile: fondò il giornale L’Indipendente, curò le Memorie di Garibaldi e continuò a studiare i sapori locali nelle sue Lettere sulla cucina a un buongustaio napoletano.

Tutte queste avventure, i profumi dei vicoli napoletani e questa insaziabile fame di vita sono confluiti proprio lì, tra le pagine del suo Grande dizionario.
Nel prossimo post, entrerò finalmente nel vivo di questo capolavoro per scoprire le chicche più incredibili, bizzarre e gustose nascoste dal genio di Dumas.

continua

(*) Nota

Nell’introduzione del suo libro, Alexandre Dumas dà una definizione memorabile e ironica del corricolo, descrivendolo così:

«Corricolo è sinonimo di calessino; ma, dato che non esistono sinonimi perfetti, spieghiamo la differenza tra corricolo e calessino.

Il corricolo è una specie di tilbury primitivamente destinato a contenere una persona e ad esser tirato da un cavallo; vi si attaccano due cavalli e trasporta da 12 a 15 persone.

E non si creda che vada al passo, come il carretto trainato da buoi dei re franchi, o al trotto come il biroccino della regía; no, va di triplo galoppo; e il carro di Pluto che rapiva Proserpina sulle sponde del Simeto non era piú ratto del corricolo che solca le strade di Napoli facendo sprizzar scintille dal selciato di lava e sollevando nugoli di cenere.

Eppure un solo de’ due cavalli tira veramente, ed è il timoniere. L’altro, detto bilancino, e che è attaccato di fianco, balza, caracolla; eccita il suo compagno, ed ecco tutto. Quale iddio gli ha concesso, come a Titiro, cotanto riposo? È il caso, è la provvidenza, è la fatalità: i cavalli, come gli uomini, hanno la loro stella.

Abbiamo detto che siffatto tilbury, destinato a una persona, ne trasporta abitualmente dodici o quindici; ciò — lo comprendiamo bene — richiede una spiegazione. Un vecchio proverbio francese dice: «quando ce n’è per uno, ce n’è per due». Ma non conosco nessun proverbio in nessuna lingua che dica: «quando ce n’è per uno, ce n’è per quindici».

E invece per il corricolo è proprio così, tanto nelle civiltà progredite ogni cosa è distolta dalla sua primitiva destinazione!»

Foto: https://robertobrumat.wordpress.com/wp-content/uploads/2022/06/dumas-e-garibaldi.jpg

3 risposte a “Oltre i Moschettieri: il laboratorio segreto di un genio della tavola/2”

  1. Avatar Alexander Lautsyus
    Alexander Lautsyus

    Unlike the quote: “It’s boring to eat when you’re hungry, because immediately after you’re not hungry anymore!”, Heminguay wrote that you understand art better when you are hungry.

    Probably, both of them were right.:-)

    Piace a 1 persona

    1. What a fantastic connection, dear Alexander!
      Dumas fed his body and soul with abundance, while Hemingway found clarity in hunger.
      They were definitely both right in their own genius way! 📚

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