Come abbiamo visto, nella Napoli dell’Ottocento il calendario gastronomico seguiva regole rigide e quasi sacrali, che Alexandre Dumas annotò con la precisione del grande cronista:

«La pizza è il nutrimento invernale. Il primo maggio cede il posto al cocomero. Ma sparisce solo la mercanzia, il mercante rimane lo stesso. […] Nel giorno indicato il pizzaiolo si faceva mellonaro. Il mutamento non si estende alla bottega, che resta la medesima.»

Ed è esattamente tra questi vicoli che lo scrittore francese perse la testa per le angurie (o cocomeri). Durante la caldissima estate napoletana, i banchi dei venditori ambulanti diventavano ai suoi occhi vere e proprie opere d’arte: frutti monumentali tagliati a metà per mostrare una polpa rossa e invitante, costantemente rinfrescati da cascate di acqua gelata. Più che un semplice dessert, per Dumas il cocomero era una benedizione divina, capace di sfamare e dissetare il popolo nelle giornate più afose.

Nel suo Corricolo, analizzando la figura quasi mitologica del mellonaro, Dumas sintetizzava la straordinaria versatilità di questo frutto citando la celebre massima popolare: «Con il cocomero si mangia, si beve e ci si lava la faccia», aggiungendo poi di suo pugno: «Il cocomero adunque contiene insieme il necessario e il superfluo. Perciò il mellonaro fa grande torto agli acquaioli».

Per lo scrittore, l’apertura di un’anguria non era un’operazione banale, ma un vero spettacolo teatrale di strada. Un buon cocomero della grandezza di un «proiettile da ottanta» (giusto per usare una metafora balistica da accanito narratore di duelli) costava pochissimi soldi, ma era così gigantesco che un venditore abile poteva ricavarne più di mille fette. Ogni colpo di coltello diventava così una recita: i clienti si accalcavano in cerchio per giudicare la destrezza acrobatica e la geometrica imparzialità del taglio.

Insomma, durante le sue stagioni napoletane, Dumas scoprì che la felicità popolare sapeva anche di acqua gelata.
Che si trattasse di sguainare la spada con i Moschettieri o di brandire una fetta di cocomero tra i vicoli, il grande scrittore sapeva sempre come godersi la vita. E, soprattutto, sapeva che la vera cultura passa sempre attraverso lo spettacolo offerto dal piatto.

Jean Siméon CHARDIN (Paris, 1699-1779), Le melon entamé,

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immagine in alto: https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/1500313881#lg=1&slide=0

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