La storia delle parole glassate. Potrei scrivere cento pagine in una giornata. Con il lieto fine o con il finale aperto. Finale aperto lieto, ovviamente. Paesaggio: bosco in estate, luce pomeridiana. Suoni di conseguenza. Che il fruscio delle pagine è come quello delle foglie. Le foglie again and again (and again).

La storia delle parole sciolte. Altre cento pagine per lo stesso volume. Finale che annaspa davanti alla porta aperta di un congelatore. Paesaggio di contrasti che si getta in una cascata infuocata. Yosemite, naturalmente, senza se e senza ma.

La storia delle parole interrotte. Si scrive con la biro quasi finita. Finirebbe sul più bello ma sul più bello non ci arriva, si interrompe prima. Graffi il foglio ma niente, non va avanti. Vorresti inciderle le parole,quelle che ti mancano, quelle più importanti, vorresti avere la pietra per farlo. Per renderle eterne. Invece hai un foglio di carta, che poi è un finto foglio dentro uno schermo, e l’inchiostro finito è solo inchiostro finto. La storia delle parole interrotte non ha nemmeno la scusa che la carta finisce.Paesaggio distopico, un cimitero di televisori sintonizzati sul niente, pixel di tutti i grigi possibili. Scricchiolii. E poi silenzio. Silenzio. Silenzio.

La storia delle parole altrui. Quelle che ti attraversano. Quelle che attraversi. Quelle che ti entrano di traverso e ti scavano e ti fanno sanguinare e poi ti guariscono. Quelle che per fortuna qualcuno le ha scritte. Quelle che era meglio non leggerle. Quelle che le leggi e avresti potuto scriverle se ne fossi stata capace.

La storia delle parole fraintese. Paesaggio di conifere, sempreverdi che ingannano la stagione. Ti viene il dubbio in presenza di larici dorati. Ma ti lasci affascinare dalle sfumature. Pensi alla foresta in estate, ne aneli la frescura. Invece sei alle soglie dell’inverno, ti addentri e il freddo ti paralizza.

La storia delle parole che ho deciso di non scrivere è guerriglia quotidiana. Assalti sventati al desiderio di comporle. Trappole nascoste evitate all’ultimo e piccole ferite a testimoniare che l’ho scampata.

La storia delle parole cancellate. Basta un click per bruciarle e non ne resta nemmeno la cenere. L’istante dello scoppio, la bomba che deflagra. Lo smarrimento. E il sollievo inspiegabile: non può essere esistito quello che non esiste più.

E poi la storia dei giri di parole. Quella che hai appena letto.

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