
Un commento al mio ultimo post sulla Maddalena — quella che Tiziano, per prudenza ecclesiastica, dovette rivestire – e in particolare una frase di Gian Paolo mi ha fatto tornare in mente una scoperta che riguarda mio padre.
A quanto pare, con la Controriforma la Chiesa ebbe molto da fare con la nudità. Persino le figure del Giudizio Universale di Michelangelo nella Cappella Sistina furono munite di mutandoni, perché un affresco, a differenza di un quadro, non si poteva semplicemente “ridisegnare”. Insomma, c’erano nudi da coprire e mutandoni da dipingere.
Chissà se, nel frattempo, qualcuno si preoccupava anche delle vere piaghe che affliggevano il mondo.
Questa preoccupazione per la nudità mi ha fatto ripensare a una scoperta fatta qualche tempo fa, rovistando tra i vecchi documenti dei miei genitori.
Erano quelli che ero riuscita a salvare dalla distruzione o dalla discarica insieme a qualche altra cosa. Avevo scoperto che tutte le fotografie che avevo insieme a mia madre e mio padre, da bambina, erano state sottratte o distrutte. Di mia madre insieme a me da piccola, oggi, non mi resta nemmeno un’immagine. ma le ricordo perfettamente, tutte, anche se non esistono più. Di mio padre ne sono sopravvissute soltanto due, di dimensioni ridotte, salvatesi solo perché erano scivolate in mezzo ai documenti (una è quella che vedete qui.
Almeno, ero riuscita a portare a casa quelle carte. Le avevo messe in uno scatolone. Uno di quegli scatoloni un po’ malinconici che sembrano usciti da un film americano: quelli in cui finiscono gli oggetti di qualcuno che ha lasciato per sempre una scrivania, una casa, una vita.
Io sapevo che dentro quello scatolone c’era un po’ dei miei genitori. Forse una piccolissima molecola del loro essere, che avrei potuto ancora respirare. E proprio lì ho trovato qualcosa che non sapevo. O meglio: qualcosa di cui avevo avuto soltanto un vago sentore. Ho scoperto che mio padre, da giovane, prima di arruolarsi nei Carabinieri, era stato un pittore.
Era stato un pittore.
Una parola che mi è rimasta dentro con una specie di stupore incredulo. Un lontano cugino, molti anni prima, mi aveva raccontato che nella casa dei suoi genitori alcuni soffitti erano stati affrescati da mio padre. Quella notizia aveva fatto riaffiorare nella mia memoria un paio di episodi che allora non avevo saputo collegare.
Frequentavo il biennio del liceo scientifico e il lunedì avevamo disegno. La domenica, dunque, ero sempre rintanata nella mia cameretta a fare i compiti e a combattere con chiaroscuri, capitelli, statue e templi che sembravano avere il preciso scopo di farmi perdere la pazienza. Passavo ore a disegnare, con risultati che trovavo invariabilmente deludenti.
Un giorno mio padre si affacciò alla porta.
“Non hai ancora finito?”, domandò.
Io, esasperata, gli chiesi scherzando:
“Perché non mi dai una mano?”
Non lo avevo mai visto disegnare, ma pensavo che, essendo mio padre, magari potesse miracolosamente salvarmi da quei capitelli. Mi rispose che lui non disegnava. Non era capace, precisò. E il discorso finì lì.
Molti anni dopo, quando era già anziano, mi piaceva ascoltare quel poco che raccontava della sua vita prima della guerra. Tornammo casualmente sull’argomento. Quella volta ammise che sì, da giovane aveva dipinto.
“Perché hai smesso?” gli chiesi.
Rimase in silenzio per qualche istante, come se dovesse decidere se rispondermi oppure fingere di non aver sentito. Poi mi disse che il suo ultimo lavoro era stato un affresco in una cappella. Gli erano state commissionate dai preti alcune scene della Creazione.
E i preti non avevano gradito. C’erano dei nudi. Evidentemente la Creazione andava bene, purché fosse coperta. Le scene furono duramente criticate, e mio padre smise, per sempre.
Poi cambiò discorso. Io non insistetti. Avevo la sensazione che quel ricordo non gli facesse piacere. Non mi disse mai, però, che fare il pittore era stato il suo mestiere ufficiale. Io avevo creduto che dipingere fosse soltanto un hobby della sua giovinezza. E ora, cercando tra le sue carte, avevo scoperto che non era così. Mio padre era stato davvero un pittore.
E la cosa più triste è esserne venuta a conoscenza quando non posso più chiedergli nulla. Non posso domandargli che cosa dipingesse, dove avesse imparato, quali fossero i suoi sogni o perché avesse scelto di chiudere così drasticamente con quel mondo. Non posso chiedergli cosa avesse provato quando quei preti gli dissero che i suoi nudi erano sconvenienti. E nemmeno perché, quella domenica lontana, mi aveva detto di non essere capace di disegnare. Forse voleva semplicemente nascondere una parte di sé. Forse non riteneva importante raccontarlo. Forse pensava che a una figlia non interessassero le storie della sua giovinezza.
E invece io oggi darei chissà cosa per poterlo ascoltare ancora una volta. È strano come il passato riesca a sorprenderci quando ormai non possiamo più interrogarlo. Ho trascorso una vita accanto a mio padre e, anche se l’ho amato profondamente, ho scoperto che un pezzo della sua anima mi era rimasto sconosciuto. Una parte bellissima. Un uomo che dipingeva, che affrescava soffitti e cappelle, che raccontava i miti e la Creazione con il proprio pennello. E che forse smise perché qualcuno aveva deciso che la vita andava bene, ma la nudità no. I preti, evidentemente, avevano le loro preoccupazioni.
Io oggi ho la mia: avrei voluto conoscere un po’ di più l’uomo straordinario che era mio padre. Ma ormai è troppo tardi. E questa è una delle forme più silenziose della nostalgia: scoprire qualcosa di chi abbiamo amato proprio quando non possiamo più correre da lui a dirgli: “Papà, ma perché non me lo hai mai raccontato?”





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