Staryj Arbat, 2008: l’ultima estate prima di tutto il resto

Ogni scrittore prima di innamorarsi della propria terra, dovrebbe osservare, e, magari, anche innamorarsi della terra d’altri. Ne sono stato sempre convinto, sin da quando, in giovane età, me ne andavo in giro per il mondo, per conoscerne le bellezze e anche le bruttezze. E’ solo il termine di paragone che ti permette di apprezzare completamente la bellezza di ciò che hai. Così come il giorno può essere pienamente spiegato paragonandolo al buio della notte, così come il bene può essere osannato mettendolo a confronto con il male, così ho imparato, piano piano, ad amare la mia terra, confrontandola con quella di altri. E di giri da giovane ne avevo fatti tanti, ma c’era una terra, che più di altre, attirava la mia attenzione, calamitava i miei sensi, ed era la Russia

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Eravamo nel lontano 2003, un’epoca che vista da qui, sembra davvero lontana. Era l’anno in cui cominciavano a circolare i primi telefoni 3g. Io ne avevo uno della Motorola sul quale, per la prima volta nella storia dell’umanità, si potevano trasmettere immagini, finanche in movimento. Aveva addirittura un sintonizzatore tv, attraverso il quale si potevano vedere i canali televisivi. Le prime macchine fotografiche digitali si affacciavano sul mercato e io ne avevo presa una della Sony tascabile. Con quella piccola macchina fotografica in tasca ti sentivi un Padreterno. Il primo iPhone sarebbe uscito di lì a quattro anni, mentre un anno prima sarebbe uscito il primo iPod. Chi se lo ricorda l’iPod? Anche di quelli ne avevo uno e ce l’ho ancora conservato da qualche parte. Vera archeologia elettronica. A Maggio di quell’anno entrai tronfio a Mosca, pieno delle chiacchiere della Letteratura Russa, ma sostanzialmente ignorante sulle vere tradizioni dello stesso popolo.

Arrivai a Mosca intorno al 6 Maggio. Era la mia prima volta in quella città, così lontana dalla nostra cultura, così enormemente grande, caotica, frenetica, immensa e bellissima. I miei occhi non potevano fermarsi dal guardare le costruzioni in stile liberty, quelle tipiche dell’architettura sovietica, le grandi stelle rosse della rivoluzione che campeggiavano ovunque in centro, le cupole a cipolla colorate di San Basilio, l’immensità della Piazza Rossa, il Cremlino, i Magazzini Gum, il mausoleo di Lenin, le Sette Sorelle, ossia gli imponenti sette grattacieli voluti da Stalin, e poi le abitazioni della stessa epoca e le più recenti Krusciovke. Dappertutto c’erano insegne in cirillico, che in quell’epoca non capivo. Avrai imparato a leggerlo solo più tardi.
Alloggiavo all’hotel Rossija, l’hotel più famoso di tutta la Russia, l’hotel della nomenclatura sovietica e nel quale si svolgevano le imponenti riunioni dell’allora potentissimo PCUS. In quel periodo, invece, nello stesso hotel ci soggiornavo io. Era immenso, come era immenso tutto in quello stesso paese. L’hotel contava più di 3000 stanze, e aveva punti ristoro, negozi, infermerie ovunque. Una città nel cuore della città. La mia stanza dava sulla piazza Rossa, e dalla grande finestra vedevo San Basilio a sinistra e la grande stella rossa che campeggiava sul Cremlino esattamente di fronte a me.

Di notte solo una tenda sottile mi separava dalla piazza e da quell’immensa stella, che con l’oscurità si illuminava di un rosso acceso, che colorava anche la mia camera. Da lì osservavo i preparativi per qualcosa di maestoso, che mi era ignoto. Sotto alla mia finestra sfilavano battaglioni dell’esercito, c’era un via vai di gente e bandiere patriottiche ovunque. Qualche giorno più tardi avrei capito che si stavano preparando per festeggiare l’evento più importante della Russia dalla fine della Seconda guerra mondiale, ossia la parata del 9 Maggio. Quel giorno me ne stetti alla finestra a godermi lo spettacolo, mentre la piazza gremita da centinaia di migliaia di persone arrivate dagli angoli più remoti del paese, acclamavano i grandi successi della propria nazione.
Il 9 Maggio del 2003 fu un giorno speciale anche per me.

Quello fu uno dei miei primi impatti con la Russia. Non il primo in assoluto, che era stato a Giugno del 2002 a San Pietroburgo, ma fu uno dei momenti più significativi del mio rapporto con quella terra.

Estate 2008, Staryj Arbat, la via più bohemienne di Mosca. Mia figlia era piccolissima, aveva un anno all’incirca, ed io ero molto piu in carne di adesso. Quando ero a Mosca andavo spesso su quella via, una lunga isola pedonale, affollata di artisti di ogni sorta. Ad ogni angolo di strada c’erano pittori in cerca di fortuna, poeti che recitavano i loro ultimi componimenti, e c’erano musicisti ovunque, che suonavano dal vivo gli strumenti piu disparati, e da qualche parte, se eri fortunato trovavi qualche gruppo di persone che ballava la “lezginka”, al ritmo forsennato dei tamburi del Caucaso. Un’atmosfera bellissima, irripetibile, di un periodo storico in cui la Russia era in piena espansione economica e nulla poteva far presagire, nemmeno lontanamente, quello che sarebbe accaduto più di recente. Putin era saldo al potere e l’economia girava in maniera fortissima. In quei periodi, e anche per molti a venire, Mosca era stata la città più cara al mondo, a riprova di una economia che cresceva in fretta e cresceva a due cifre. La Via Staryj Arbat, però, stava li da sempre, o almeno così sembrava, e con la sua aria scanzonata e bohemienne si era conquistata, nei secoli, il nome di via degli artisti. Alcuni importanti artisti erano vissuti in quella stessa via, artisti del calibro di Puskin, Belyi, Skrjabin. La via era affollata anche di caffè e di ristoranti di ogni tipo. Uno dei più importanti era il Ristorante Praga, situato all’inizio del viale, noto per essere stato, in passato, il punto di ritrovo di giganti della letteratura russa e mondiale, come Lev Tolstoj, Anton Čechov e Ivan Bunin. Io mi sbattevo, come potevo, tra un caffè e l’altro. Mangiavo in un ristorante che proponeva cucina Caucasica, con prevalenza di piatti Georgiani. Ho sempre adorato quella cucina, così semplice, speziata, profumata e ricca di sapori, molto diversi dai nostri. Non c’era pasto che non cominciava con il Khachapuri Adjaruli, la focaccia georgiana, fatta a forma di barchetta, con al centro il formaggio fuso e un uovo crudo. Non c’era pranzo che non si chiudeva se non con il rito dei Blinì, accompagnati da una generosa dose di caviale, rosso e nero perlato. Su quella via ci andavo spesso, perchè lì mi sentivo a casa, circondato dalla Russia vera, quella multirazziale, fatta di persone che provenivano da ogni angolo dell’impero. Si multirazziale, perché in Russia convivevano oltre 130 etnie, in un paese grande quanto un continente. E da tutto quel miscuglio di razze, di profumi, di occhi dal taglio diverso, da diverso modo di vestire e anche di camminare, nasceva e si consolidava il mito di una delle vie più importanti della Capitale Russa.

Di quella Mosca, oggi, una parte non esiste più. L’hotel Rossija ha chiuso i battenti il primo gennaio del 2006 e nel marzo dello stesso anno hanno cominciato a demolirlo. Dove c’era il mio palazzone sovietico, dove c’era la mia finestra, oggi c’è un parco. Ci ho pensato spesso: la stanza da cui ho guardato la parata, la tenda sottile, la stella rossa che mi coloriva le pareti, tutto questo non ha più un indirizzo. È rimasto solo dentro di me, e in qualche fotografia scattata con quella piccola Sony da Padreterno.

Anche Staryj Arbat è ancora lì, naturalmente, ma non è più quella. I pittori sono diventati venditori di souvenir, i caffè sono diventati catene. E poi è arrivato tutto il resto, quello che nel 2008, tra un khachapuri e una lezginka, non avremmo saputo nemmeno immaginare. Non è questa la sede per parlarne, e non ne ho titolo. Dico solo che di quella Russia lì, quella dei tamburi del Caucaso e dei poeti agli angoli, non ho più notizia, e mi manca come mi mancano le persone.

Ma torniamo alla domanda da cui sono partito. Perché uno scrittore dovrebbe innamorarsi della terra d’altri?

Perché è tornando che si vede. Io sono rientrato dalla Russia con gli occhi lavati, e per la prima volta ho guardato i miei paesi senza darli per scontati. Ho capito che quello che cercavo sull’Arbat, la gente che si ferma, gli strumenti tirati fuori in strada, il pane spezzato con chi non conosci, la sensazione che un luogo sia vivo perché qualcuno lo abita davvero, ce l’avevo sotto casa. Solo che non lo vedevo, perché ci ero nato dentro. Servivano seimila chilometri e una stella rossa alla finestra per farmi accorgere che l’Irpinia aveva le sue piazze, le sue tammorre, i suoi vecchi che raccontano meglio di certi romanzi, la sua cucina povera e spudorata. Un’immensità diversa: non quella orizzontale della steppa, ma quella verticale dei nostri crinali.

E poi c’è una cosa che ho imparato lì e che qui uso ogni giorno: la Russia era grande quanto un continente e teneva insieme centoventi popoli. Noi siamo piccolissimi, e a volte non riusciamo a tenere insieme due paesi confinanti. Chi ha visto la vastità torna con più pazienza per la propria misura.

Vi scrivo a metà agosto, che da noi è il mese in cui i paesi si riempiono. Tornano quelli che sono andati via, si riaprono le case, per due settimane le piazze fanno finta di essere ancora quelle di trent’anni fa. È un’illusione bellissima e feroce, lo sappiamo tutti. Ma è anche l’unica settimana dell’anno in cui l’Italia interiore assomiglia davvero all’Arbat: piena di gente venuta da lontano, di lingue diverse, di musica per strada.

Approfittatene. Uscite di casa, fermatevi davanti a chi suona, sedetevi al tavolo di uno che non vedevate da un anno. Fatelo qui, adesso, senza dover andare fino a Mosca per capirlo. Io ci ho messo un viaggio in Russia. A voi basta scendere in piazza.

E se proprio volete un pezzo di Caucaso, ve lo lascio qui sotto: alzate il volume.

👉 Che cos’è la lezginka

Alla prossima, Giuseppe

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